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GUASILA E LE SUE TRADIZIONI POPOLARI
di ANDREA MELAS
[La Dormitio Virginis]
[La caccia alla giovenca] [Le
corse dei cavalli] [Is agullas de Santa
Maria] [Is kursas a su stampu]
[Canti e balli tradizionali]
Delle stratificazioni culturali susseguitesi nel corso dei secoli,
Guasila conserva diverse e significative testimonianze linguistiche
ed espressive, ludico-ricreative e magico-religiose. Aspetti questi
osservabili nella parlata locale, negli usi e nei costumi, nei canti
e nella stessa tradizione ergonomica. Entro la classificazione sociale
di comunità agropastorale, poi, che la accomuna agli altri
paesi della zona, Guasila presenta alcune specificità di
rilievo che meritano una particolare attenzione. Parliamo del rituale
della Dormitio Virginis, la Vestizione del Simulacro
della Vergine Dormiente del 13 agosto, del rituale de Sa
kassa de s'akkizedda, la caccia alla giovenca, che si volge
nella giornata della vigilia (14 agosto) della festa patronale,
de is kuaddus curridoris, i cavalli da corsa, nel
pomeriggio della festa (15 agosto), dell'offerta de is agullas
de Santa Maria, gli spilli di Santa Maria, rito che chiude i
festeggiamenti patronali. Degne di menzione anche is cursas
a su stampu le corse di abilità per Carnevale, i
canti e i balli, come manifestazioni del sentimento popolare.
Nel panorama delle numerosissime usanze, che spaziano dall'alimentazione
al lavoro (del contadino e del pastore), dai giochi alle feste e
alle ricorrenze varie, che scandiscono i ritmi della vita dei Guasilesi,
ma che in ultima analisi sono riferibili anche ai cittadini degli
altri paesi, gli aspetti suddetti hanno da sempre caratterizzato
le tradizioni e hanno dato a esse l'alone di una certa diversità.
La Dormitio Virginis.

Il 15 agosto, in pieno centro di quelle Feriae Augustales
cristianizzate poi dalla Chiesa Cattolica con la festività
dell'Assunzione, ricorre a Guasila la festa patronale, sa festa
manna. Alla Vergine Assunta è dedicata la parrocchiale,
che ha come compatrono san Pietro apostolo. Il simulacro della Vergine
Assunta riproduce fedelmente l'antica tradizione della Dormitio
Virginis, ossia della Dormizione della Gran Madre di Dio, secondo
il rito ortodosso. Nella parrocchiale guasilese, una delle cappelle
maggiori è proprio dedicata all'Assunta. In una nicchia,
sopra l'altare, il suo simulacro giace disteso fino al 13 agosto,
quando, di mattina presto si dà inizio al rituale detto della
Vestizione, a bistì sa Santa. Si tratta di una interessantissima
sequenza di atti e di preghiere che si protraggono per tutta la
mattinata e che si susseguono con una assodata regia tramandata
dalle donne (da notare l'esclusione degli uomini dal rituale) e
che rimandano all'antichissima usanza bizantina, a cui tale rituale
rimanda.
Una volta sistemato il simulacro nel letto, ai piedi dell'altare,
il gruppo delle donne procede a togliere le vesti "comuni",
quelle di ogni giorno, che dovranno lasciare posto a quelle sontuose
della Regina santorum omnium. Questo avverrà non prima
di aver cosparso di oli e profumi il corpo della Santa. L'ultimo
atto è quello della posa degli ori e dei gioielli, is
prendas, e del completamento del letto dorato, con angeli di
fianco, i veli ricamati sugli archi e la sistemazione de is triunfus
(particolare questo non più in uso). La semplicità
degli stessi atti contrasta con la sacralità con cui il tutto
si svolge. Il rituale, infatti, conserva intatti alcuni aspetti
dei rituali funebri di "preparare" il morto: vestizione
degli abiti o delle vesti comuni, lavabo del corpo e vestizione
con abiti o vesti "buoni". Quest'ultimo aspetto dell'usanza
funebre si ricollega, insieme ad altri particolari, al viaggio del
defunto. Ed è anche in relazione con l'esclusione degli uomini
e al tabù del corpo femminile nudo. Il rito bizantino si
basava sulla "koimesis", secondo la convinzione che la
Vergine fosse morta "per non sottrarsi alla legge comune, da
cui non si era sottratto neppure il suo Divin Figlio". A rafforzare
l'idea di rituale funebre interviene anche il manoscritto "Novena
in onori de sa SS. Virgini Assunta", nel quale si legge
apertamente: "Tre sacerdoti sopra tre sedie estraggono il
Simulacro e lo collocano colla stessa positura sulla detta bara".
Tale convinzione, avvalorata dai Concili di Efeso (431) e di Nicea
(787), è rimasta invariata nel corso dei tempi fino al 1950,
quando papa Pio XII dava la definizione dogmatica sull'Assunzione
di Maria, Munificentissimus Deus. L'atto della Chiesa determinò
il cambiamento artistico, con il passaggio dei simulacri dalla posizione
dormiente a quella eretta (cosa non avvenuta a Guasila). La vestizione
ha termine nella tarda mattinata, quando il letto dorato, con la
Vergine dormiente, verrà portato al centro della chiesa.
Tutto è pronto per aprire i festeggiamenti. Ma, anche qui,
un altro rituale, forse ancora più antico, interviene con
tutto il suo fascino e con tutto il suo mistero.
La caccia alla giovenca.
Il 14 agosto è il giorno della vigilia della festa patronale.
Il primo giorno dei festeggiamenti solenni. Ma, unico in Europa
e forse nel mondo, l'atto d'apertura di tali festeggiamenti è
legato a qualcosa di sacro e profano insieme. Parliamo di un relitto
folclorico che ci proviene dai secoli precristiani? Parliamo di
un rito di passaggio delle società agropastorali? La risposta,
stando alle cose osservate, è affermativa per l'una e per
l'altra domanda.
Sa cassa de s'akkizedda costituisce un momento a sé,
una festa nella festa. Nel rituale sono presenti tanti di quegli
elementi profani, che lo mettono al di fuori della festa religiosa.
Eppure esso è il primo dei festeggiamenti della festa grande.
Ne è addirittura l'apertura. Una giustificazione di una tale
distonia viene vista nella stratificazione operata dalla Chiesa
nella sua evangelizzazione. Quest'ultima, infatti, non ha mai prodotto
contrasti con le credenze dei pagani, con i rituali delle diverse
popolazioni. Ma ha inglobato gli atti di quel mondo magico-religioso
antico entro la nuova dimensione di fede, quella cristiana. Il risultato
è nella realtà. Cassai s'akkizedda, catturare
la giovenca, o nella sua variante a kurri s'akkizedda, correre
la giovenca, acquista, per via di tale operazione, un significato
religioso che rimanda all'esorcismo. Ciò giustifica anche
il fatto di essere il primo atto dei festeggiamenti, senza il quale
gli stessi non possono avere inizio. Prima che la Vergine passi
per le vie del paese, con la solenne processione, si rende necessario
cacciare (rimanda allo stesso verbo kurri) le forze maligne,
che nella fantasia popolare ha sempre accompagnato i diversi momenti
della giornata.
Al di là del significato prettamente religioso, il rituale
accoglie pienamente anche il significato di rito di passaggio,
caratteristico delle società agropastorali, dove il passaggio
al mondo degli adulti o all'età adulta, da parte di un giovane,
veniva decretato con prove di abilità. E catturare una giovenca,
in un contesto di allevamento come quello guasilese, era certamente
cosa consona con l'intento e con lo scopo. Il passaggio all'età
adulta consentiva anche di potersi sposare. Ebbene, un aspetto del
rituale in questione, come recita la tradizione, è proprio
quello di vedere sposato entro l'anno il vincitore della manifestazione.
Che il rituale, poi, riguardi l'intera comunità è
testimoniato sia dalla formula di invito estesa alla popolazione,
sia dal pasto sociale che seguiva alla cattura e che, nella degradazione
della tradizione, è rimasto come "donai sa petza
a is poburusu", dare le carni ai poveri (conclusione del
rituale non più in uso).
La caccia alla giovenca, nel suo svolgimento, prevede una serie
di atti consequenziali:
a) la formula di invito;
b) la gara riservata agli scapoli del paese;
c) la toilette dell'animale;
d) la bardatura a festa del gruppo animale;
e) la processione e la benedizione dell'animale;
f) la macellazione dell'animale.
La manifestazione è aperta dalla cosiddetta formula di
invito che gli obrieri pronunciano porta a porta: Nosu seus
benius cumenti si usada e costumada po si invitai a kurri s'akkizedda,
primu po fai onori a sa Santa, sigundu po fai cumpangìa a
nosu, krasi a is (viene indicata l'ora) in (viene indicato
il luogo) [Noi siamo venuti, come uso e costume per invitarvi alla
caccia (o a correre) della giovenca, in primo luogo per onorare
la Santa, in secondo luogo per far compagnia a noi, domani (
)
in (
)]. L'invito decreta l'aspetto comunitario della manifestazione.
Non è qualcosa che riguarda solo gli organizzatori e i partecipanti
alla caccia. Tutti sono chiamati a farne parte (ecco, quindi, l'invito
porta a porta, nessuno escluso).
Una volta indicata l'ora e il luogo dello svolgimento, la popolazione
accorre per seguire con la massima attenzione tutte le fasi della
manifestazione. Entrambe le ipotesi, quella del rituale esorcistico
e quella del rito di passaggio sono importanti per la comunità.
Ad avvalorare quest'ultima ipotesi concorre la partecipazione degli
ammogliati, i quali dovranno durante tutta la manifestazione creare
ostacoli alla cattura e fare in modo così che gli scapoli
dimostrino destrezza. Essi si frappongono tra l'animale e gli scapoli,
incitano alla fuga l'animale, vigilano che la cattura dello stesso
avvenga secondo le regole stabilite dalla tradizione: prendere al
laccio solo le corna, a korru' limpius, e non ad esempio
anche un orecchio, e liberarla di nuovo qualora la cattura avvenga
ad animale fermo. La mattinata della vigilia è dedicata a
questa manifestazione. Alla cattura segue la sfilata con i cavalieri
partecipanti che attorniano il vincitore, riconoscibile dalla canna
fresca e il fazzoletto, su muccadori, a essa legato, simbolo
del premio, che in realtà è dato dal prestigio e dall'ingresso
all'età adulta del giovane cavaliere. La giovenca, adagiata
sul carro verde, colore classico contro il malocchio, po no di
pigài ogu, e trainato dai buoi, verrà portato
alla casa dei priore, capo organizzatore dei festeggiamenti, dove
si farà festa e si procederà alla toilette dell'animale
e alla sua bardatura a festa, con fiori e limoni alle corna. Giunti,
poi, sul sagrato della chiesa, il parroco le impartirà la
benedizione, e con essa a tutti i partecipanti. E' questo l'ultimo
atto della tradizione resa monca dal passare del tempo. La macellazione
dell'animale e lo stesso pasto sociale sono oramai cancellati. Ma,
non è cancellato il fascino della manifestazione, che rimane
vivido, nonostante il peso di quasi duemila anni.
Le corse dei cavalli.

E' il giorno solenne dell'Assunta. Dopo il pranzo sontuoso, su
prangiu de sa festa, il pomeriggio riserva un appuntamento d'eccezione,
sia per il suo aspetto spettacolare, sia per il posto che occupa
nel panorama delle tradizioni isolane. Le corse dei cavalli, infatti,
conosciute in tutta l'Isola, sono il momento clou di quasi tutti
i festeggiamenti di un certo livello, delle grandi feste, is
festas mannas. Esse hanno appassionato i Sardi da tempi immemorabili
e ancora oggi suscitano in essi un'attrazione fortissima, se solo
per esse si spostano di paese in paese anche a lunghe distanze.
A Guasila, is kuaddus kurridoris rivestivano una importanza
tale da riservare nella toponomastica locale una strada di campagna
proprio per tale manifestazione. E' nella immediata periferia del
paese, infatti, sa 'ia de is kuaddus kurridoris, la strada
dei cavalli da corsa. I tempi moderni e i vincoli dettati dalla
legislazione attuale non hanno cancellato la manifestazione. Anzi,
negli ultimi decenni, essa ha assunto una spettacolarità
ancora maggiore, grazie all'interessamento di un'apposita associazione
(Associazione Ippica Guasilese), che ne cura i particolari anche
nei minimi dettagli, e alla costruzione del galoppatoio comunale,
che oltre ad accogliere le corse, è una struttura valida
per tute le attività legate al cavallo, da quelle sportive
a quelle terapiche. Nel 1986 le corse tradizionali venivano incluse
nel Palio di Santa Maria, voluto dall'associazione menzionata
con lo scopo di salvaguardare la tradizione, da una parte nell'organizzarle
con la massima cura, dall'altra per favorire un incremento ippico,
che in paese e nel circondario, languiva da tempo. Le capacità
organizzative dimostrate dal gruppo e il sostegno della popolazione
dell'intera zona, sempre numerosa nelle varie edizioni, hanno dato
un'iniezione di ottimismo in tutto il settore. Numerose sono state
le scuderie, provenienti dalle quattro province sarde, che hanno
riservato e riservano i loro puledri migliori alla competizione
guasilese e grande è sempre stato l'aspetto spettacolare.
Delle antiche cursas a su pannu, corse per il panno, o palio,
rimane vivido lo spirito. E a esso si aggiunge oggi il prestigio
offerto dal drappo in stoffa pregiata, con ricami in oro zecchino,
che viene consegnato in luogo del panno, su pannu, (un tempo
legato a una canna fresca) al comune per il quale è iscritta
a correre la scuderia vincitrice. Per tutti questi aspetti organizzativi
e spettacolari, il Palio di Santa Maria occupa nel panorama delle
corse in Sardegna un posto di primo piano.
Is agullas de Santa Maria.
A conclusione dei festeggiamenti patronali e dopo aver rimesso il
Simulacro nella nicchia dell'altare, il 23 di agosto, a seguito
del rito della vestizione, gli obrieri e le priorisseddas girano
per il paese con su pobinu de is agullas. Sono gli spilli
che per tutta la festa sono rimaste sotto il cuscino dove poggiava
la testa la Vergine. E, per questo fatto stesso, benedetti e portatori
di virtù particolari. La tradizione attribuisce a questi
spilli il potere di far cessare il mal di testa, e non solo a Guasila,
se tale tradizione è conosciuta in tutta l'Isola. Di casa
in casa vengono offerte is agullas e chi le riceve ringrazia, segnandosi
e rivolgendo il pensiero alla Patrona po campai de dannu a tottusu!
Per proteggere tutti quanti dalle disgrazie. In segno di riconoscimento
per tale gesto viene data in offerta agli obrieri una piccola somma
di denaro, i quali utilizzeranno liberamente; in genere per una
festicciola a cui verranno invitati anche quanti hanno collaborato
alla preparazione e allo svolgimento della festa. Con l'offerta
de is agullas la festa patronale si chiude ufficialmente
e si rinnovano gli auguri per l'anno prossimo, a s' annu chi
benidi, quando un nuovo gruppo lavorerà incessantemente
per riorganizzare i vari momenti salienti.
Is kursas a su stampu.
Una delle feste di calendario, tra le più antiche, è
quella di Carnevale, che un tempo non lontano aveva forti accenti
religiosi, precedendo essa la Quaresima, tempo di penitenza! Il
Carnevale a Guasila, Sacarapetza, chiamava in chiesa i cittadini,
dove per l'occasione veniva esposta anche l'ostia consacrata per
le SS. Quarantore, is korant'orasa. Al di là dei suoi
significati arcaici, come l'usanza di mascherarsi, i' mascaras,
più o meno conosciuta in tutto il mondo, la festa ha conservato,
seppure in modo degradato, aspetti di un certo rilievo, che affondano
le radici in un lontano passato. Tra questi is kursas a su stampu,
lett. le corse al buco. Di retaggio medievale, ma riteniamo siano
ancor più antiche, le corse consistevano nella tecnica di
far passare una pertica, nello stile delle lance dei cavalieri di
antica memoria, attraverso un buco ricavato in un pezzo quadrato
di tavola, appeso a una fune che attraversava la strada, in modo
da lasciarlo penzoloni al centro della strada e a una certa altezza
dal suolo. I cavalieri, in maschera, partivano da una notevole distanza,
in modo da dare il tempo al cavallo di lanciarsi in una corsa sfrenata,
mentre il pubblico costituiva due ali lungo la strada (in genere
la via principale di Sa Serra, dalla prossimità di Su Pardusiddu
fino al piazzale davanti la parrocchiale). Oltre al prestigio personale
di chi riusciva a far passare la pertica per un numero superiore
agli altri, un significato della manifestazione è stato colto
nei riti propiziatori primaverili, stagione in cui si invoca una
buona annata. Lo stesso atto dell'infilare la pertica nel buco,
ricavato nella tavola, rimanda all'atto sessuale e quindi ai culti
di fertilità; rituali a sfondo sessuale di cui era ricca
la società sarda precristiana. Le corse erano la manifestazione
clou, che in genere occupava il pomeriggio del Martedì Grasso,
su martis de agò, e vedeva la partecipazione di numerosi
e bravissimi fantini, i quali si divertivano anche nelle difficilissime
quanto spettacolari pariglie, is pariglias: corse sfrenate
con i cavalli appaiati e sui quali due o tre cavalieri davano luogo
ad acrobazie varie. A parte qualche tentativo di ripristino, la
manifestazione è assente da tempo in paese, come assente
è l'altra manifestazione di segai is pingiadas, rompere
le pentole. La rigida osservanza dell'astinenza e del digiuno, unite
al divieto di mangiar carne, portava alla necessità di rompere
il vasellame (le pentole erano di terracotta!) e quanto era stato
usata con grassi animali. Di qui l'origine di segai is pingiàdas,
che avveniva su domigu y agò, la domenica dopo il
mercoledì delle Ceneri e ultimo giorno di festa, con l'incombere
del periodo quaresimale dove non si celebravano neppure i matrimoni.
Canti e balli tradizionali.

Sia le feste, sia le ricorrenze (con questo termine includiamo tanto
le cerimonie a carattere collettivo, quanto quelle a carattere familiare),
erano caratterizzate dall'aspetto ludico e religioso, come abbiamo
avuto modo di osservare, ma, soprattutto dall'aspetto coreutico-musicale,
a tutti gli effetti l'anima stessa di ogni cerimonia a carattere
sociale. Soprattutto il canto ha accompagnato ogni fase di vita
civile e religiosa, con produzioni che hanno arricchito il repertorio
poetico guasilese.
Il canto religioso è rimasto a lungo incanalato lungo il
solco tracciato dai catalani goigs, conosciuti come goggius
o goccius, laude per la venerazione e l'esaltazione delle
virtù eroiche dei santi. Questo tipo di componimento, conosciuto
pressoché in tutta la Sardegna nella forma musicale, seppure
con lievi variazioni nelle diverse aree regionali, cambiavano invece
nel componimento letterario. Ciò fa supporre che molti di
essi abbiano avuto origine negli stessi luoghi di devozione, con
autore locale. Un esempio è dato dai Goggius de
Nostra Signora d'Itria, culto presente in tutta l'Isola. Ebbene,
nelle vicine Guasila e Villamar, dove ricorrono i festeggiamenti
omonimi, i testi letterari sono del tutto differenti.
Capita anche di avere dei componimenti letterari e musicali "singolari",
intendendo con questo termine la registrazione tradizionale in un
solo paese, rimanendo sconosciuto in altri, anche viciniori. E'
il caso del Deus ti salvit, Rejna, che si canta a
Guasila in occasione delle feste mariane e sconosciuto nei paesi
del circondario, ma anche, pare, del resto dell'Isola.
Il canto, di otto brevi quartine, e molto probabilmente di autore
colto, si sviluppa su di una melodia con accento melanconico, ma
che si risolve in accordo maggiore, dando un pieno senso di serenità,
così come traspare nello stesso testo. La devozione e la
partecipazione sentita al canto da parte della popolazione è
alla base di un effetto sonoro che solo l'ascolto riesce a cogliere.
Altro canto singolare è quello de S'andimironnai,
il quale sia nella forma letteraria, sia in quella musicale, fa
presupporre un'origine antichissima:
Andimironnai
Andira a Nora
Y Andira
Andimironnai
Inutile nascondere l'assoluta assenza di un significato che possa
venirci incontro in una auspicabile spiegazione. In molti vedono
un riferimento alla città di Nora e a un'altra fantasmagorica
Andira, ma nessun esperto ha mai potuto finora trovare gli
agganci giusti. Molto più verosimile credere in un relitto
linguistico protosardo "andimironnai", giunto fino
a noi chissà come. Ma, è nella forma musicale che
il canto guasilese di questo tipo rimane singolare. Infatti, contrariamente
a quello conosciuto nel resto dell'Isola, S'andimironnai
guasilese ha una linea melodica completamente differente. Al punto
che lo stesso musicologo Giulio Fara, nella sua raccolta Canti di
Sardegna, lo ha indicato come "Canto di Guasila" (riportato
come "Muttettu de tristura" e come testo poetico: Tristu
passirillanti). (G. Fara, 1923)
In tutta la rimanente produzione, il canto più usato in
assoluto è su muttettu, sia nella versione a su
laralallài, sia in quella a sa trallallera. In
questo, però, non differendo dagli altri paesi. Il mottetto
guasilese a su laralallài, presenta ora su sterrimentu
a dus peis (A-B), ora a tres peis (A-B-C), con conseguente
coberimentu a tresi (A-B-A) o a quatturu rimasa (A-B-C-A).
Il mottetto a sa trallallera, invece, è composto a
quartina (A-B-A-B oppure A-B-B-A)) , anche se non manca il mottetto
come sopra descritto, accompagnato con il trallallera.
L'uso generalizzato di queste forme trova la sua giustificazione
nella semplicità di composizione. Il discorso cambia davanti
a componimenti più complessi, come sa repentina, sa canzoni
a cruba,che pure erano ampiamente conosciuti e apprezzati. Soprattutto
quest'ultima costituiva il canto di un certo livello, sulla scia
delle ottave tassiane e ariostane, con cui si sviluppavano temi
amorosi o politici o religiosi, e comunque di interesse collettivo.
Numerose sono le Canzonis del repertorio guasilese. Dell'ultimo
secolo, sono ricordate quelle di Battista Casti, di Enrichetto Pinna
e di Pietrino Melas. Di quest'ultimo si conservano anche repentinas
e altri componimenti, che, a causa della loro complessità
di composizione, sono stati trascurati già da tempo.
Non meno interessante l'aspetto legato alle danze locali. Pur nella
continuità dei significati attribuiti al ballo e conosciuti
a livello mondiale, non possiamo esimerci dal dire due parole su
quel ballu tundu, da cui originano le danze di Sardegna,
più comunemente ballu sardu (in contrapposizione ai
ballus civilis, degli ultimi tempi). A Guasila il ballo sardo
si sviluppava su di una linea coreutica alquanto semplice, con i
due ballerini, uno fianco all'altro, mano nella mano, in un atteggiamento
serio e composto, quasi in contrasto con la stessa baldanzosa picchiàda
che il suonatore eseguiva, sia con le launeddas o su suittu,
strumenti di canna entrambi, sia con la fisarmonica o l'organetto
bitonale. L'attesa per il ballo era giustificata dal fatto che esso
e soltanto esso consentiva un breve e innocente contatto con la
persona amata. Ed era attraverso il ballo che i due amanti in pectore
perfezionavano l'intesa, con colpi d'occhio e sorrisi, o più
semplicemente rimanendo insieme ed evitando di ballare con altri.
Questo era lo scopo del cosiddetto ball'y ogài, il
ballo con cui ogni ragazzo invitava al suo braccio le ragazze presenti
e, in particolare, quella amata, spesso di nascosto. Il rifiuto
della ragazza suonava come risposta inequivocabile di rinuncia,
spesso messa in relazione al fidanzamento, a su fastiggiu,
ed evidentemente al matrimonio. Il ballo, inoltre, offriva anche
la possibilità di far valere le proprie doti. Doti che in
certi casi erano evidenti, come nella sciampitta, il salto,
che il ballerino eseguiva facendosi tenere da due compagni. Era,
sa sciampitta la forma più acrobatica del ballerino.
Agilità e fantasia si univano in un crescendo, tipico della
musica sarda (ma anche orientale), assecondate dal rincorrersi frenetico
delle note degli strumenti. Più cadenzato era invece su ballu
cabillu, il ballo saltellato, basato su di una melodia più
semplice, dai toni comunque allegri e vivaci. Sia i balli, sia i
canti di Guasila sono stati recuperati e riproposti al pubblico
grazie al paziente lavoro dell'A.T. Pro loco, che opera da oltre
trent'anni e che ha costituito il Gruppo folcloristico, con cui
ha avuto modo di farli conoscere nelle altre aree sarde e nelle
regioni d'Europa. Alla stessa Associazione si deve il recupero di
altre forme tradizionali paesane. Tra l'altro, di particolare successo
il lavoro di recupero degli attrezzi e degli strumenti delle attività,
sia casalinghe, sia di campagna, del contadino e del pastore, figure
standard di una comunità agropastorale come quella guasilese
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