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GUASILA E LE SUE TRADIZIONI POPOLARI

di ANDREA MELAS

[La Dormitio Virginis] [La caccia alla giovenca] [Le corse dei cavalli]
[Is agullas de Santa Maria] [Is kursas a su stampu]
[Canti e balli tradizionali]

Delle stratificazioni culturali susseguitesi nel corso dei secoli, Guasila conserva diverse e significative testimonianze linguistiche ed espressive, ludico-ricreative e magico-religiose. Aspetti questi osservabili nella parlata locale, negli usi e nei costumi, nei canti e nella stessa tradizione ergonomica. Entro la classificazione sociale di comunità agropastorale, poi, che la accomuna agli altri paesi della zona, Guasila presenta alcune specificità di rilievo che meritano una particolare attenzione. Parliamo del rituale della Dormitio Virginis, la Vestizione del Simulacro della Vergine Dormiente del 13 agosto, del rituale de Sa kassa de s'akkizedda, la caccia alla giovenca, che si volge nella giornata della vigilia (14 agosto) della festa patronale, de is kuaddus curridoris, i cavalli da corsa, nel pomeriggio della festa (15 agosto), dell'offerta de is agullas de Santa Maria, gli spilli di Santa Maria, rito che chiude i festeggiamenti patronali. Degne di menzione anche is cursas a su stampu le corse di abilità per Carnevale, i canti e i balli, come manifestazioni del sentimento popolare.

Nel panorama delle numerosissime usanze, che spaziano dall'alimentazione al lavoro (del contadino e del pastore), dai giochi alle feste e alle ricorrenze varie, che scandiscono i ritmi della vita dei Guasilesi, ma che in ultima analisi sono riferibili anche ai cittadini degli altri paesi, gli aspetti suddetti hanno da sempre caratterizzato le tradizioni e hanno dato a esse l'alone di una certa diversità.

 

La Dormitio Virginis.


Il 15 agosto, in pieno centro di quelle Feriae Augustales cristianizzate poi dalla Chiesa Cattolica con la festività dell'Assunzione, ricorre a Guasila la festa patronale, sa festa manna. Alla Vergine Assunta è dedicata la parrocchiale, che ha come compatrono san Pietro apostolo. Il simulacro della Vergine Assunta riproduce fedelmente l'antica tradizione della Dormitio Virginis, ossia della Dormizione della Gran Madre di Dio, secondo il rito ortodosso. Nella parrocchiale guasilese, una delle cappelle maggiori è proprio dedicata all'Assunta. In una nicchia, sopra l'altare, il suo simulacro giace disteso fino al 13 agosto, quando, di mattina presto si dà inizio al rituale detto della Vestizione, a bistì sa Santa. Si tratta di una interessantissima sequenza di atti e di preghiere che si protraggono per tutta la mattinata e che si susseguono con una assodata regia tramandata dalle donne (da notare l'esclusione degli uomini dal rituale) e che rimandano all'antichissima usanza bizantina, a cui tale rituale rimanda.

Una volta sistemato il simulacro nel letto, ai piedi dell'altare, il gruppo delle donne procede a togliere le vesti "comuni", quelle di ogni giorno, che dovranno lasciare posto a quelle sontuose della Regina santorum omnium. Questo avverrà non prima di aver cosparso di oli e profumi il corpo della Santa. L'ultimo atto è quello della posa degli ori e dei gioielli, is prendas, e del completamento del letto dorato, con angeli di fianco, i veli ricamati sugli archi e la sistemazione de is triunfus (particolare questo non più in uso). La semplicità degli stessi atti contrasta con la sacralità con cui il tutto si svolge. Il rituale, infatti, conserva intatti alcuni aspetti dei rituali funebri di "preparare" il morto: vestizione degli abiti o delle vesti comuni, lavabo del corpo e vestizione con abiti o vesti "buoni". Quest'ultimo aspetto dell'usanza funebre si ricollega, insieme ad altri particolari, al viaggio del defunto. Ed è anche in relazione con l'esclusione degli uomini e al tabù del corpo femminile nudo. Il rito bizantino si basava sulla "koimesis", secondo la convinzione che la Vergine fosse morta "per non sottrarsi alla legge comune, da cui non si era sottratto neppure il suo Divin Figlio". A rafforzare l'idea di rituale funebre interviene anche il manoscritto "Novena in onori de sa SS. Virgini Assunta", nel quale si legge apertamente: "Tre sacerdoti sopra tre sedie estraggono il Simulacro e lo collocano colla stessa positura sulla detta bara". Tale convinzione, avvalorata dai Concili di Efeso (431) e di Nicea (787), è rimasta invariata nel corso dei tempi fino al 1950, quando papa Pio XII dava la definizione dogmatica sull'Assunzione di Maria, Munificentissimus Deus. L'atto della Chiesa determinò il cambiamento artistico, con il passaggio dei simulacri dalla posizione dormiente a quella eretta (cosa non avvenuta a Guasila). La vestizione ha termine nella tarda mattinata, quando il letto dorato, con la Vergine dormiente, verrà portato al centro della chiesa. Tutto è pronto per aprire i festeggiamenti. Ma, anche qui, un altro rituale, forse ancora più antico, interviene con tutto il suo fascino e con tutto il suo mistero.

 

La caccia alla giovenca.

       


Il 14 agosto è il giorno della vigilia della festa patronale. Il primo giorno dei festeggiamenti solenni. Ma, unico in Europa e forse nel mondo, l'atto d'apertura di tali festeggiamenti è legato a qualcosa di sacro e profano insieme. Parliamo di un relitto folclorico che ci proviene dai secoli precristiani? Parliamo di un rito di passaggio delle società agropastorali? La risposta, stando alle cose osservate, è affermativa per l'una e per l'altra domanda.

Sa cassa de s'akkizedda costituisce un momento a sé, una festa nella festa. Nel rituale sono presenti tanti di quegli elementi profani, che lo mettono al di fuori della festa religiosa. Eppure esso è il primo dei festeggiamenti della festa grande. Ne è addirittura l'apertura. Una giustificazione di una tale distonia viene vista nella stratificazione operata dalla Chiesa nella sua evangelizzazione. Quest'ultima, infatti, non ha mai prodotto contrasti con le credenze dei pagani, con i rituali delle diverse popolazioni. Ma ha inglobato gli atti di quel mondo magico-religioso antico entro la nuova dimensione di fede, quella cristiana. Il risultato è nella realtà. Cassai s'akkizedda, catturare la giovenca, o nella sua variante a kurri s'akkizedda, correre la giovenca, acquista, per via di tale operazione, un significato religioso che rimanda all'esorcismo. Ciò giustifica anche il fatto di essere il primo atto dei festeggiamenti, senza il quale gli stessi non possono avere inizio. Prima che la Vergine passi per le vie del paese, con la solenne processione, si rende necessario cacciare (rimanda allo stesso verbo kurri) le forze maligne, che nella fantasia popolare ha sempre accompagnato i diversi momenti della giornata.

Al di là del significato prettamente religioso, il rituale accoglie pienamente anche il significato di rito di passaggio, caratteristico delle società agropastorali, dove il passaggio al mondo degli adulti o all'età adulta, da parte di un giovane, veniva decretato con prove di abilità. E catturare una giovenca, in un contesto di allevamento come quello guasilese, era certamente cosa consona con l'intento e con lo scopo. Il passaggio all'età adulta consentiva anche di potersi sposare. Ebbene, un aspetto del rituale in questione, come recita la tradizione, è proprio quello di vedere sposato entro l'anno il vincitore della manifestazione.
Che il rituale, poi, riguardi l'intera comunità è testimoniato sia dalla formula di invito estesa alla popolazione, sia dal pasto sociale che seguiva alla cattura e che, nella degradazione della tradizione, è rimasto come "donai sa petza a is poburusu", dare le carni ai poveri (conclusione del rituale non più in uso).

La caccia alla giovenca, nel suo svolgimento, prevede una serie di atti consequenziali:

a) la formula di invito;
b) la gara riservata agli scapoli del paese;
c) la toilette dell'animale;
d) la bardatura a festa del gruppo animale;
e) la processione e la benedizione dell'animale;
f) la macellazione dell'animale.


La manifestazione è aperta dalla cosiddetta formula di invito che gli obrieri pronunciano porta a porta: Nosu seus benius cumenti si usada e costumada po si invitai a kurri s'akkizedda, primu po fai onori a sa Santa, sigundu po fai cumpangìa a nosu, krasi a is (viene indicata l'ora) in (viene indicato il luogo) [Noi siamo venuti, come uso e costume per invitarvi alla caccia (o a correre) della giovenca, in primo luogo per onorare la Santa, in secondo luogo per far compagnia a noi, domani (…) in (…)]. L'invito decreta l'aspetto comunitario della manifestazione. Non è qualcosa che riguarda solo gli organizzatori e i partecipanti alla caccia. Tutti sono chiamati a farne parte (ecco, quindi, l'invito porta a porta, nessuno escluso).

Una volta indicata l'ora e il luogo dello svolgimento, la popolazione accorre per seguire con la massima attenzione tutte le fasi della manifestazione. Entrambe le ipotesi, quella del rituale esorcistico e quella del rito di passaggio sono importanti per la comunità. Ad avvalorare quest'ultima ipotesi concorre la partecipazione degli ammogliati, i quali dovranno durante tutta la manifestazione creare ostacoli alla cattura e fare in modo così che gli scapoli dimostrino destrezza. Essi si frappongono tra l'animale e gli scapoli, incitano alla fuga l'animale, vigilano che la cattura dello stesso avvenga secondo le regole stabilite dalla tradizione: prendere al laccio solo le corna, a korru' limpius, e non ad esempio anche un orecchio, e liberarla di nuovo qualora la cattura avvenga ad animale fermo. La mattinata della vigilia è dedicata a questa manifestazione. Alla cattura segue la sfilata con i cavalieri partecipanti che attorniano il vincitore, riconoscibile dalla canna fresca e il fazzoletto, su muccadori, a essa legato, simbolo del premio, che in realtà è dato dal prestigio e dall'ingresso all'età adulta del giovane cavaliere. La giovenca, adagiata sul carro verde, colore classico contro il malocchio, po no di pigài ogu, e trainato dai buoi, verrà portato alla casa dei priore, capo organizzatore dei festeggiamenti, dove si farà festa e si procederà alla toilette dell'animale e alla sua bardatura a festa, con fiori e limoni alle corna. Giunti, poi, sul sagrato della chiesa, il parroco le impartirà la benedizione, e con essa a tutti i partecipanti. E' questo l'ultimo atto della tradizione resa monca dal passare del tempo. La macellazione dell'animale e lo stesso pasto sociale sono oramai cancellati. Ma, non è cancellato il fascino della manifestazione, che rimane vivido, nonostante il peso di quasi duemila anni.

 

Le corse dei cavalli.

   


E' il giorno solenne dell'Assunta. Dopo il pranzo sontuoso, su prangiu de sa festa, il pomeriggio riserva un appuntamento d'eccezione, sia per il suo aspetto spettacolare, sia per il posto che occupa nel panorama delle tradizioni isolane. Le corse dei cavalli, infatti, conosciute in tutta l'Isola, sono il momento clou di quasi tutti i festeggiamenti di un certo livello, delle grandi feste, is festas mannas. Esse hanno appassionato i Sardi da tempi immemorabili e ancora oggi suscitano in essi un'attrazione fortissima, se solo per esse si spostano di paese in paese anche a lunghe distanze. A Guasila, is kuaddus kurridoris rivestivano una importanza tale da riservare nella toponomastica locale una strada di campagna proprio per tale manifestazione. E' nella immediata periferia del paese, infatti, sa 'ia de is kuaddus kurridoris, la strada dei cavalli da corsa. I tempi moderni e i vincoli dettati dalla legislazione attuale non hanno cancellato la manifestazione. Anzi, negli ultimi decenni, essa ha assunto una spettacolarità ancora maggiore, grazie all'interessamento di un'apposita associazione (Associazione Ippica Guasilese), che ne cura i particolari anche nei minimi dettagli, e alla costruzione del galoppatoio comunale, che oltre ad accogliere le corse, è una struttura valida per tute le attività legate al cavallo, da quelle sportive a quelle terapiche. Nel 1986 le corse tradizionali venivano incluse nel Palio di Santa Maria, voluto dall'associazione menzionata con lo scopo di salvaguardare la tradizione, da una parte nell'organizzarle con la massima cura, dall'altra per favorire un incremento ippico, che in paese e nel circondario, languiva da tempo. Le capacità organizzative dimostrate dal gruppo e il sostegno della popolazione dell'intera zona, sempre numerosa nelle varie edizioni, hanno dato un'iniezione di ottimismo in tutto il settore. Numerose sono state le scuderie, provenienti dalle quattro province sarde, che hanno riservato e riservano i loro puledri migliori alla competizione guasilese e grande è sempre stato l'aspetto spettacolare. Delle antiche cursas a su pannu, corse per il panno, o palio, rimane vivido lo spirito. E a esso si aggiunge oggi il prestigio offerto dal drappo in stoffa pregiata, con ricami in oro zecchino, che viene consegnato in luogo del panno, su pannu, (un tempo legato a una canna fresca) al comune per il quale è iscritta a correre la scuderia vincitrice. Per tutti questi aspetti organizzativi e spettacolari, il Palio di Santa Maria occupa nel panorama delle corse in Sardegna un posto di primo piano.

 

Is agullas de Santa Maria.


A conclusione dei festeggiamenti patronali e dopo aver rimesso il Simulacro nella nicchia dell'altare, il 23 di agosto, a seguito del rito della vestizione, gli obrieri e le priorisseddas girano per il paese con su pobinu de is agullas. Sono gli spilli che per tutta la festa sono rimaste sotto il cuscino dove poggiava la testa la Vergine. E, per questo fatto stesso, benedetti e portatori di virtù particolari. La tradizione attribuisce a questi spilli il potere di far cessare il mal di testa, e non solo a Guasila, se tale tradizione è conosciuta in tutta l'Isola. Di casa in casa vengono offerte is agullas e chi le riceve ringrazia, segnandosi e rivolgendo il pensiero alla Patrona po campai de dannu a tottusu! Per proteggere tutti quanti dalle disgrazie. In segno di riconoscimento per tale gesto viene data in offerta agli obrieri una piccola somma di denaro, i quali utilizzeranno liberamente; in genere per una festicciola a cui verranno invitati anche quanti hanno collaborato alla preparazione e allo svolgimento della festa. Con l'offerta de is agullas la festa patronale si chiude ufficialmente e si rinnovano gli auguri per l'anno prossimo, a s' annu chi benidi, quando un nuovo gruppo lavorerà incessantemente per riorganizzare i vari momenti salienti.

 

Is kursas a su stampu.


Una delle feste di calendario, tra le più antiche, è quella di Carnevale, che un tempo non lontano aveva forti accenti religiosi, precedendo essa la Quaresima, tempo di penitenza! Il Carnevale a Guasila, Sacarapetza, chiamava in chiesa i cittadini, dove per l'occasione veniva esposta anche l'ostia consacrata per le SS. Quarantore, is korant'orasa. Al di là dei suoi significati arcaici, come l'usanza di mascherarsi, i' mascaras, più o meno conosciuta in tutto il mondo, la festa ha conservato, seppure in modo degradato, aspetti di un certo rilievo, che affondano le radici in un lontano passato. Tra questi is kursas a su stampu, lett. le corse al buco. Di retaggio medievale, ma riteniamo siano ancor più antiche, le corse consistevano nella tecnica di far passare una pertica, nello stile delle lance dei cavalieri di antica memoria, attraverso un buco ricavato in un pezzo quadrato di tavola, appeso a una fune che attraversava la strada, in modo da lasciarlo penzoloni al centro della strada e a una certa altezza dal suolo. I cavalieri, in maschera, partivano da una notevole distanza, in modo da dare il tempo al cavallo di lanciarsi in una corsa sfrenata, mentre il pubblico costituiva due ali lungo la strada (in genere la via principale di Sa Serra, dalla prossimità di Su Pardusiddu fino al piazzale davanti la parrocchiale). Oltre al prestigio personale di chi riusciva a far passare la pertica per un numero superiore agli altri, un significato della manifestazione è stato colto nei riti propiziatori primaverili, stagione in cui si invoca una buona annata. Lo stesso atto dell'infilare la pertica nel buco, ricavato nella tavola, rimanda all'atto sessuale e quindi ai culti di fertilità; rituali a sfondo sessuale di cui era ricca la società sarda precristiana. Le corse erano la manifestazione clou, che in genere occupava il pomeriggio del Martedì Grasso, su martis de agò, e vedeva la partecipazione di numerosi e bravissimi fantini, i quali si divertivano anche nelle difficilissime quanto spettacolari pariglie, is pariglias: corse sfrenate con i cavalli appaiati e sui quali due o tre cavalieri davano luogo ad acrobazie varie. A parte qualche tentativo di ripristino, la manifestazione è assente da tempo in paese, come assente è l'altra manifestazione di segai is pingiadas, rompere le pentole. La rigida osservanza dell'astinenza e del digiuno, unite al divieto di mangiar carne, portava alla necessità di rompere il vasellame (le pentole erano di terracotta!) e quanto era stato usata con grassi animali. Di qui l'origine di segai is pingiàdas, che avveniva su domigu y agò, la domenica dopo il mercoledì delle Ceneri e ultimo giorno di festa, con l'incombere del periodo quaresimale dove non si celebravano neppure i matrimoni.

 

Canti e balli tradizionali.


Sia le feste, sia le ricorrenze (con questo termine includiamo tanto le cerimonie a carattere collettivo, quanto quelle a carattere familiare), erano caratterizzate dall'aspetto ludico e religioso, come abbiamo avuto modo di osservare, ma, soprattutto dall'aspetto coreutico-musicale, a tutti gli effetti l'anima stessa di ogni cerimonia a carattere sociale. Soprattutto il canto ha accompagnato ogni fase di vita civile e religiosa, con produzioni che hanno arricchito il repertorio poetico guasilese.

Il canto religioso è rimasto a lungo incanalato lungo il solco tracciato dai catalani goigs, conosciuti come goggius o goccius, laude per la venerazione e l'esaltazione delle virtù eroiche dei santi. Questo tipo di componimento, conosciuto pressoché in tutta la Sardegna nella forma musicale, seppure con lievi variazioni nelle diverse aree regionali, cambiavano invece nel componimento letterario. Ciò fa supporre che molti di essi abbiano avuto origine negli stessi luoghi di devozione, con autore locale. Un esempio è dato dai Goggius de Nostra Signora d'Itria, culto presente in tutta l'Isola. Ebbene, nelle vicine Guasila e Villamar, dove ricorrono i festeggiamenti omonimi, i testi letterari sono del tutto differenti.

Capita anche di avere dei componimenti letterari e musicali "singolari", intendendo con questo termine la registrazione tradizionale in un solo paese, rimanendo sconosciuto in altri, anche viciniori. E' il caso del Deus ti salvit, Rejna, che si canta a Guasila in occasione delle feste mariane e sconosciuto nei paesi del circondario, ma anche, pare, del resto dell'Isola.
Il canto, di otto brevi quartine, e molto probabilmente di autore colto, si sviluppa su di una melodia con accento melanconico, ma che si risolve in accordo maggiore, dando un pieno senso di serenità, così come traspare nello stesso testo. La devozione e la partecipazione sentita al canto da parte della popolazione è alla base di un effetto sonoro che solo l'ascolto riesce a cogliere.

Altro canto singolare è quello de S'andimironnai, il quale sia nella forma letteraria, sia in quella musicale, fa presupporre un'origine antichissima:

Andimironnai
Andira a Nora
Y Andira
Andimironnai


Inutile nascondere l'assoluta assenza di un significato che possa venirci incontro in una auspicabile spiegazione. In molti vedono un riferimento alla città di Nora e a un'altra fantasmagorica Andira, ma nessun esperto ha mai potuto finora trovare gli agganci giusti. Molto più verosimile credere in un relitto linguistico protosardo "andimironnai", giunto fino a noi chissà come. Ma, è nella forma musicale che il canto guasilese di questo tipo rimane singolare. Infatti, contrariamente a quello conosciuto nel resto dell'Isola, S'andimironnai guasilese ha una linea melodica completamente differente. Al punto che lo stesso musicologo Giulio Fara, nella sua raccolta Canti di Sardegna, lo ha indicato come "Canto di Guasila" (riportato come "Muttettu de tristura" e come testo poetico: Tristu passirillanti). (G. Fara, 1923)

In tutta la rimanente produzione, il canto più usato in assoluto è su muttettu, sia nella versione a su laralallài, sia in quella a sa trallallera. In questo, però, non differendo dagli altri paesi. Il mottetto guasilese a su laralallài, presenta ora su sterrimentu a dus peis (A-B), ora a tres peis (A-B-C), con conseguente coberimentu a tresi (A-B-A) o a quatturu rimasa (A-B-C-A).
Il mottetto a sa trallallera, invece, è composto a quartina (A-B-A-B oppure A-B-B-A)) , anche se non manca il mottetto come sopra descritto, accompagnato con il trallallera.

L'uso generalizzato di queste forme trova la sua giustificazione nella semplicità di composizione. Il discorso cambia davanti a componimenti più complessi, come sa repentina, sa canzoni a cruba,che pure erano ampiamente conosciuti e apprezzati. Soprattutto quest'ultima costituiva il canto di un certo livello, sulla scia delle ottave tassiane e ariostane, con cui si sviluppavano temi amorosi o politici o religiosi, e comunque di interesse collettivo. Numerose sono le Canzonis del repertorio guasilese. Dell'ultimo secolo, sono ricordate quelle di Battista Casti, di Enrichetto Pinna e di Pietrino Melas. Di quest'ultimo si conservano anche repentinas e altri componimenti, che, a causa della loro complessità di composizione, sono stati trascurati già da tempo.


Non meno interessante l'aspetto legato alle danze locali. Pur nella continuità dei significati attribuiti al ballo e conosciuti a livello mondiale, non possiamo esimerci dal dire due parole su quel ballu tundu, da cui originano le danze di Sardegna, più comunemente ballu sardu (in contrapposizione ai ballus civilis, degli ultimi tempi). A Guasila il ballo sardo si sviluppava su di una linea coreutica alquanto semplice, con i due ballerini, uno fianco all'altro, mano nella mano, in un atteggiamento serio e composto, quasi in contrasto con la stessa baldanzosa picchiàda che il suonatore eseguiva, sia con le launeddas o su suittu, strumenti di canna entrambi, sia con la fisarmonica o l'organetto bitonale. L'attesa per il ballo era giustificata dal fatto che esso e soltanto esso consentiva un breve e innocente contatto con la persona amata. Ed era attraverso il ballo che i due amanti in pectore perfezionavano l'intesa, con colpi d'occhio e sorrisi, o più semplicemente rimanendo insieme ed evitando di ballare con altri. Questo era lo scopo del cosiddetto ball'y ogài, il ballo con cui ogni ragazzo invitava al suo braccio le ragazze presenti e, in particolare, quella amata, spesso di nascosto. Il rifiuto della ragazza suonava come risposta inequivocabile di rinuncia, spesso messa in relazione al fidanzamento, a su fastiggiu, ed evidentemente al matrimonio. Il ballo, inoltre, offriva anche la possibilità di far valere le proprie doti. Doti che in certi casi erano evidenti, come nella sciampitta, il salto, che il ballerino eseguiva facendosi tenere da due compagni. Era, sa sciampitta la forma più acrobatica del ballerino. Agilità e fantasia si univano in un crescendo, tipico della musica sarda (ma anche orientale), assecondate dal rincorrersi frenetico delle note degli strumenti. Più cadenzato era invece su ballu cabillu, il ballo saltellato, basato su di una melodia più semplice, dai toni comunque allegri e vivaci. Sia i balli, sia i canti di Guasila sono stati recuperati e riproposti al pubblico grazie al paziente lavoro dell'A.T. Pro loco, che opera da oltre trent'anni e che ha costituito il Gruppo folcloristico, con cui ha avuto modo di farli conoscere nelle altre aree sarde e nelle regioni d'Europa. Alla stessa Associazione si deve il recupero di altre forme tradizionali paesane. Tra l'altro, di particolare successo il lavoro di recupero degli attrezzi e degli strumenti delle attività, sia casalinghe, sia di campagna, del contadino e del pastore, figure standard di una comunità agropastorale come quella guasilese

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