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NOTIZIE STORICHE
di SALVATORE ATZORI
La presenza umana nel territorio di Guasila è documentata
già nell'età neolitica, quarto millennio a. C. La
fertilità della terra e la disponibilità d'acqua incoraggiarono
gli insediamenti che si svilupparono attraverso l'attività
agricola, per consolidarsi ulteriormente in altri settori, come
quello della tessitura, di cui sono testimonianza i toponimi di
Pranu Linus e Mitza 'e su Linu, e quello estrattivo, documentato
in Monti Sèbera. A questo periodo risalgono alcune testimonianze
archeologiche come le Domus de Janas di Riu sa Mela, Santu Anni,
Is Concas, verosimilmente Funtana Bangiu e la probabile esistenza
di un piccolo villaggio a Is Brabarìscas, dove è stata
rinvenuta una statuetta granitica della Grande Madre Mediterranea,
così come in prossimità di Is Concas affiorano i resti
megalitici di un edificio.
La presenza dell'uomo risulta molto più consistente nel successivo
periodo, quello nuragico (1600-535 a.C.), tanto da far presumere
un fenomeno di esplosione demografica e di conseguente sfruttamento
capillare del territorio. Ben quarantuno sono le località
che conservano documenti riferibili a questa fase: villaggi, nuraghi
e tombe. Basti pensare a Nuraddei, Riu Sippìu (Sa Tèllara),
Nuraxi 'e Pau, Bruncu Mannu de Sébara, Grumus, Pranu Paùdu,
Genna 'e Soli, Nuraxi 'e Carrogas, Bruncu s'Impiastra. Costruzioni
megalitiche risalenti a questo periodo demarcano anche i confini
con i Comuni limitrofi: Launessi, Accas, Monti Corona, Barru, Bruncu
su Sensu, Sioccu. Al periodo nuragico risalgono anche il tempio
a pozzo di Gùtturu Caddi e gli edifici sacrali di Cùccuru
Figu e Perda de Fogu. Meno numerose sono le testimonianze del successivo
periodo fenicio-punico (dalla metà dell'VIII secolo al 238
a. C.), limitate a quattro insediamenti: Funtana 'e Baccus, dove
furono rinvenuti alcuni frammenti fittili, Bruncu is Arenas-Riu
sa Mela, dove fu trovata una moneta di conio punico e una caratteristica
necropoli punica, Pardu Estus, testimoniata da un'altra necropoli,
e Sa Tèllara, da cui provengono alcuni frammenti di vasellame
e due monete puniche.
L'età romana (238 a. C.-476 d. C.) è documentata da
trenta siti: piccoli borghi e semplici ville rustiche, talvolta
costruiti sulle rovine di villaggi nuragici; furono allora riutilizzati
anche alcuni nuraghi, come quello di Dei. I borghi più importanti
dovevano essere quelli di Magalli, Nuraghe Dei, Santu Anni, Bàngius
e Funtana Bàngiu. Molti di questi insediamenti sorgevano
lungo le direttrici campestri che costituivano importanti arterie
della rete viaria romana: le odierne Guasila-Serrenti, Guasila-Villamar,
Guasila-Samatzai, Segariu-Serrenti e Segariu-Ortacesus. Delle età
romane repubblicana e imperiale sono stati rinvenuti resti di vasellame,
ceramiche, monete, laterizi embricati, coppi, una lucerna in ceramica;
a Bàngius pezzi di marmo e di intonaci dipinti. Della fase
romanica si documentano anche quattordici necropoli.
Superata la rapida fase barbarica, la successiva dominazione bizantina
(dal sesto secolo al periodo giudicale), più che da testimonianze
archeologiche è caratterizzata dall'introduzione di culti
di santi del menologio greco, di cui restano i toponimi di Santa
Suìa (Santa Sofia) e Santa Nostasìa (Sant'Anastasia),
nonché la tradizione della Madonna Dormiente, la cui statua
viene venerata durante i festeggiamenti di S. Maria, il quindici
agosto.
Col progressivo affievolirsi della presenza bizantina, in Sardegna
si entra, intorno al Mille, in periodo giudicale e successivamente
pisano. Con la rinascita economico-sociale del secolo XI si verificò
un considerevole incremento demografico anche nel nostro territorio,
sul quale sorsero numerosi centri, tra i quali anche uno denominato
Goy de Silla. Alcuni di essi avevano una consistenza urbana di un
certo rilievo, come Sèpare, oggi Sèbera, Bagni Arilis,
oggi Bangiu, Santa Justa de Lanessi, Schocco, oggi Siocco, Dei,
Sènnoru, Carrarza; altri erano dei piccoli nuclei economico-produttivi
di poche famiglie legate all' attività agricola e pastorale.
Il paese di Guasila (bidda, villa) in periodo medioevale appartenne
alla "Curadoria di Trexenta", di cui fu capoluogo dopo
Senorbì, nel Regno giudicale di Càlari. Nel 1218 venne
promesso dal sovrano Barisone -Torchitorio IV de Lacon-Serra al
suo erede Guglielmo II-Salusio V de Lacon-Massa in previsione del
matrimonio, mai celebrato, con Adelasia (di Torres?). Terminato
il Regno di Càlari, nel 1258 Guasila passò al regno
di Arborea fino a quando Mariano II, nel 1295, lo cedette a Pisa.
A questo periodo risalgono le chiese di N.S. d'Itria, Santa Lucia
e della Candelora. Nel 1324 Guasila divenne un paese del Regno catalano-aragonese.
Dopo un periodo di scambi tra Pisa e gli Aragonesi, nel 1365 il
paese passò di nuovo al Regno di Arborea fino al 1409. In
seguito a lunghe e accese dispute, nel 1434, Guasila, con tutta
la Trexenta, venne concessa a titolo di donazione a Giacomo de Beson.
Iniziò così la dominazione aragonese e poi spagnola,
l'asfissiante pressione fiscale con pesanti ripercussioni sulla
produzione agricola, sulle condizioni di vita materiale e sull'andamento
demografico.
In poco tempo, alla metà del Trecento, scomparvero gli insediamenti
di Siocco, Dei, Sèbera e Bàngiu, mentre poco prima
erano già state cancellate Santa Justa, Lanessi e Carrarza:
guerre, epidemie e pestilenze decimarono soprattutto le popolazioni
rurali. Molto virulenta fu la peste nera del 1348 che decimò
oltre il 40% della popolazione. Altre calamità incisero in
seguito sullo spopolamento della Sardegna: la peste del 1477, quella
del 1528/29, la carestia del 1539/40. Gli Aragonesi poi imposero
un sistema tributario onerosissimo, oltre a numerosi servizi, corvées
e prestazioni d'opera di carattere personale, con l'aggiunta di
altri diritti di carattere ossequiale per l'omaggio che ogni vassallo
doveva annualmente al feudatario. Per questi motivi si innescò
l'abbandono dei piccoli centri rurali verso quelli più grandi,
determinando un fenomeno di recessione agricola che interessò
i tanti piccoli insediamenti, il crollo della cerealicoltura e l'abbandono
delle terre che si impaludarono o si imboschirono.
Guasila passò nel 1591, con i Feudi di Ippis (Gippi) e Trexenta
ai marchesi di Villasor, gli Alagon, che la stabilirono, assieme
a Senorbì, come capoluogo. Intorno al 1636, sotto Biagio
Alagon, si rafforzò nel feudo un intenso movimento antibaronale,
già in atto in Sardegna dai primi del 1600, che sfociò
nel consolidamento delle autonomie locali attraverso la creazione
del Consiglio Comunitativo, autonoma e libera espressione delle
istanze popolari, per cui i rapporti economico-fiscali furono sottoposti
ad un'ampia revisione. Nel 1651 nei villaggi del Marchesato di Villasor
la vertenza approdò a uno sbocco positivo attraverso importanti
convenzioni dette "Capitoli di Grazia": il tributo doveva
essere versato per quote individuali e non più sulla base
della rendita dell'intera villa, a"feudo aperto", secondo
la capacità contributiva individuale; furono eliminate le
"bannalità", i diritti baronali sulle macine, sui
molini e sui forni. Gli abitanti di Guasila vennero suddivisi in
tre classi: "prima roadìa" , alla quale appartenevano
coloro che coltivavano la terra utilizzando gioghi di proprietà:
pagavano un "deghino" (tributo) di 5,5 starelli di laor,
lori (grano); "seconda roadìa" o "partiargiolas",
coloro che lavoravano la terra a compartecipazione e pagavano 3,5
starelli di grano; "scavulus", che costituiva la maggior
parte della popolazione, che non seminava e pagava 1,5 starelli
di grano; i pastori pagavano il "deghino" in base al numero
dei capi, fino a 80 capi di bestiame: Nello stesso documento fu
sancito il diritto alla piena proprietà della terra e promossa,
per ragioni economiche e politiche, l'immigrazione. Ai guasilesi
fu riconosciuto anche il diritto di fare legna sui monti di S. Andrea
Frius nei salti di Caboniscus e di Coscinus e successivamente anche
in Planu de Pixi e di pascolare nei terreni demaniali del marchesato,
cose che furono causa di aspri e frequenti conflitti specialmente
con gli abitanti di S. Andrea Frius e di Pimentel; i conflitti esplodevano
tra i guasilesi e gli abitanti di S. Andrea con assalti ai carri
che trasportavano la legna, che veniva sottratta assieme agli attrezzi
di lavoro, mentre gli uomini venivano percossi e talvolta denudati;
dagli abitanti di Pimentel il bestiame al pascolo veniva "tenturato",
multato, e spesso macellato. Di rilievo fu l'istituzione del Consiglio
di Comunità con reali poteri di controllo politico; esso
rappresentava i diversi ceti sociali ed eleggeva annualmente due
sindaci in rappresentanza dei diversi ceti. L'istituzione durò
fino al 1771.
Nella seconda metà del Seicento la Sardegna, a diverse riprese,
fu nuovamente investita da carestie e pestilenze. Tra queste, particolarmente
funesta a Guasila fu quella del 1652/56. Dagli atti di morte della
Chiesa di S. Maria si apprende che solo negli ultimi sei mesi vi
furono 192 morti su meno di 1200 abitanti.
Nel 1720 la Sardegna passò sotto il dominio sabaudo e Guasila
registrò un incremento della popolazione, già manifestatosi
nei decenni successivi alla peste, giungendo nel 1728 a 1573 abitanti.
Ma sempre nel 1720, anno di passaggio della Sardegna dagli Spagnoli
ai Piemontesi, dopo la brevissima appartenenza all'Impero Asburgico,
una nuova pestilenza e nel 1728/29 una devastante carestia fecero
regredire in breve tempo la popolazione a 1424 abitanti, che riprese
ad aumentare lentamente nei decenni successivi. Negli anni delle
carestie 1760/64, per iniziativa del ceto ecclesiastico, furono
riorganizzati i Monti granatici, sorti già in periodo spagnolo,
iniziativa favorita anche dal ministro piemontese Bogino. A Guasila
il montegranatico fu istituito nel 1760 ad iniziativa del rettore
Giuseppe Gavino Masala (1757-1801). Nello stesso periodo si concluse
anche il processo di privatizzazione delle terre comunali.
Nel 1765 oltre 200 starelli di terra aratoria erano di proprietà
feudale e 140, per diventare 400 a metà Ottocento, appartenevano
al patrimonio ecclesiastico, concessi in affitto quasi del tutto
con il contratto agrario allora più diffuso, quello di "mesu
a pari". L'agricoltura, tuttavia, segnata ancora da gravami
feudali e dalla decima ecclesiastica, risultava una fonte di reddito
essenzialmente sussistenziale, finché nella prima metà
dell'Ottocento, dopo alcune altre carestie e pestilenze, con l'introduzione
di nuove tecniche e di sementi di qualità superiore e con
l'abolizione del sistema feudale (1820 e 1835) si avviò un'economia
di più solide basi con ricadute positive anche nello sviluppo
sociale e civile. Ma l'Editto delle Chiudende del 1820 fu ancora
scarsamente applicato, mentre ancora gravavano, fino al 1839, tributi,
decime e servitù personali di origine feudale. Il "Pardu
Siddu", territorio comunale, continuò ad essere destinato
agli usi civici; il Consiglio Comunicativo arrivò a respingere
nel 1842 gli inviti dell'Intendente Provinciale per la suddivisione
delle terre. Con l'elezione annuale dei maggiori delle vigne, dei
"vidazzonargi", di numerosi ministri saltuari con compiti
di vigilanza e di protezione delle risorse naturali e delle attività
produttive la comunità guasilese esercitava un assiduo controllo.
Per l'accertamento e la stima dei danni causati da persone o dal
bestiame venivano eletti annualmente due Maggiori di Prato, persone
qualificate nella professione agricola, che giuravano davanti al
giudice mandamentale. Esisteva anche a Guasila una figura rara,
il Maggiore delle Acque, in numero di due scelti tra i pastori,
per la vigilanza sugli abbeveratoi pubblici, sulle sorgenti e sulle
fontane, con controllo sull'efficienza delle gore di deflusso e
dei canali. Tutte queste cariche furono progressivamente sostituite
nella prima metà dell'Ottocento dalla Compagnia Barracellare,
sorta già in periodo spagnolo con compiti di polizia rurale
e dal 1827 anche di polizia urbana; essa era composta da un capitano,
da un tenente e da nove barracelli tutti nominati annualmente dal
Consiglio Comunitativo; dal 1847 furono attribuiti alla Compagnia
anche funzioni di pubblica sicurezza.
Altri anni di carestie, in particolare nel 1842/43 e 1846/47, indussero
gli amministratori di Guasila, centro notoriamente esportatore di
cereali, a chiedere soccorso all'autorità viceregia per soddisfare
almeno il fabbisogno per la panificazione.
Il secolo XIX è stato caratterizzato a Guasila da una intensa
attività di edilizia pubblica che ne caratterizza il centro
storico: dal palazzo rettorale, all'edificio delle scuole elementari
(oggi sede comunale), al montegranatico, alla chiesa dell'architetto
Gaetano Cima, oggi parrocchia e santuario della B.V. Assunta.
Dopo l'unità d'Italia Guasila registrò un incremento
economico e demografico. Nel 1870 il paese contava 2010 abitanti.
La distribuzione delle terre ex feudali ai capofamiglia era già
pienamente compiuto e nel 1868, dopo alcuni anni di sistematiche rilevazioni
catastali, fu messo a ruolo il "Libro Censuario". Nel 1878
fu introdotta la trebbiatrice a vapore, che pose il paese tra i primi
centri sardi nella sperimentazione del nuovo sistema di pratica agricola.
Sull'agricoltura, dunque, questo centro della Trexenta ha da sempre
basato il proprio sistema economico, traendone nel passato le ragioni
dello sviluppo e delle varie crisi e oggi, se non interverranno novità
sostanziali, quelle del progressivo declino. |
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